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di Massimo Preziuso

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Oggi sento di dover scrivere su Romano Prodi. Per un semplice motivo. Due giorni fa, ho letto una sua Lectio Magistralis fatta in un’ Università spagnola, sui temi dell’Economia Industriale, che mi ha lasciato positivamente entusiasta.

Il titolo della lezione era “Lindustria: passato o futuro della nostra economia?”, e la Tesi del Professore che, dopo anni di pesante sbilanciamento delle economie europee verso il “terziario avanzato”, questa crisi ci dice che è importante “tornare” o “rinforzarsi” nell’economia reale – manifatturiera, esistendo già interessanti correlazioni tra “peso industriale manifatturiero” e “resistenza alla crisi economica”.

Sembra, infatti, che Paesi più manufatturieri come la Germania, la Francia e l’Italia vengono intaccati meno dalla crisi rispetto ai Paesi fortemente orientati al terziario avanzato (servizi finanziari etc) come Regno Unito, Irlanda e altri.

Ebbene, io ho totalmente condiviso l’impostazione dello studio e, soprattutto, la sua conclusione, che intravede in maniera chiara il futuro delle economie e società europee nelle Energie Pulite e nelle Bio Tecnologie.

Ora voi direte: ma che centra questo con il Titolo “Prodi for President (del PD)”?

Ve lo spiego:

Fin dall’Aprile scorso, quando il Professore lasciò il PD mi ero convinto della grossa perdita che il Partito avrebbe avuto da questo “episodio”.

Per vari motivi: in primiis per il fatto che Prodi rappresenta il Padre del Partito Democratico, e che moltissimi elettori e simpatizzanti erano stati attirati da questo nuovo progetto proprio grazie al Professore.

Bene, dopo questo articolo mi sono anche ricordato di quanto “lucido ed innovativo” sia il pensiero del Prodi politico ed economista industriale, che, unico in Italia, sa tracciare un futuro netto e deciso per l’Europa (Energie Pulite e Bio Tecnologie).

Infine, ieri ho letto che Prodi ha rinnovato la Tessera del PD.

Allora, mi son detto: ora speriamo che Franceschini e il Partito Democratico tutto si diano una mossa e convincano il Professore a “prendersi” il ruolo che gli è naturalmente dovuto dalla nascita del Partito.

Romano Prodi for President (del PD), dunque.

Anche se già so quanto sarà difficile vedere questo importante passaggio realizzarsi.

Massimo Preziuso

Ciao a tutti.

Dopo molta attesa, a breve va Online il Nuovo Sito (su Piattaforma wordpress) di Innovatori Europei.

Esso sarà la sede “unica” di:

- Centri Studi (Energia, Europa, Sapere)

- Rete Territoriale

- Rivista

- Forum di discussione

Ecco il Trial http://www.innovatorieuropei.com/ienew

Aspettiamo i Vostri suggerimenti per eventuali modifiche.

Grazie.

Massimo

 

Non credete che un imprenditore alla guida del PD potrebbe ridare slancio al Paese tutto?

 

Gli Innovatori Europei per Napoli

AMARE NAPOLI “SEMPRE”

Innovatori Europei incentra la propria azione politica già dalla sua costituzione sui temi Sapere, Innovazione, Ambiente, Energia, Europa.

Riuniti in gruppi di lavoro in tutta Europa e anche qui con IE-Campania, siamo convinti e convinte che la “nostra” città saprà riattivare tutte le proprie potenzialità per ritornare ad essere centro propulsore e di elaborazione di idee e proposte su ciascuno di questi temi.

Oggi occorre cogliere al meglio le opportunità di crescita e di sviluppo della nostra città, depauperata e svilita, per scelte miopi e strategie errate, perduto senso civico e della comunità.

E allora”Amare Napoli sempre” significa impegnarsi per:

Sapere e Innovazione
Le Università e le Scuole di Eccellenza, i centri culturali e i Centri di ricerca , la natura stessa della comunità napoletana con la sua proverbiale creatività, devono essere favorite, coordinate, organizzate e sfruttate al meglio per creare lavoro, ricchezza e vivacità culturale. A tal fine, un punto di attenzione su cui lavorare è quello relativo alla organizzazione e strutturazione della moderna società, che produce sempre nuovi e diversi gruppi di aggregazione che difficilmente si possono ricondurre alle categorie riconosciute, e che a Napoli producono da una parte bacini di eccellenza e alta scolarizzazione, preziosa fonte per la realizzazione del terziario avanzato, e dall’altra una larga parte di cittadinanza che non ha la possibilità di accedere alla scolarizzazione o di utilizzare gli strumenti e i mezzi messi a disposizione dalle nuove tecnologie.

Ambiente e Energia
Un aspetto di centrale importanza da rivalutare fuori dalla penosa tragedia dei rifiuti. Ricominciare da una più intelligente e lungimirante scelte condivise e comunicate correttamente a tutta la cittadinanza.

Europa e Mediterraneo
Le scelte future per le regioni meridionali del nostro paese ma soprattutto per Napoli, debbono confrontarsi con la collocazione geografica dell’area e la sua centralità nel Mediterraneo, per lo sviluppo dei rapporti economici commerciali e di scambio culturale con tutto il Nord Africa e l’Asia.

AMARE NAPOLI

Amare Napoli significa parlare di questa città con crudele sincerità.
Napoli, città oggi abbandonata a se stessa. Le bellezze dei palazzi del centro, i quartieri spagnoli, le stradine eleganti, le passeggiate sul lungomare sono l’ombra buia di quello che potrebbero essere. Si ha tristezza nel vedere Napoli ridotta in questo stato. E’ urgente un piano globale di recupero urbanistico con la realizzazione di aree sociali pedonali, verde pubblico, parchi per i bambini, in centro e in periferia . Era luogo meraviglioso che potrebbe non esserlo mai più. Non possiamo continuare a spedire cartoline da sogno che non esistono più.
Innovatori Europei guarda al futuro e alla realtà.
Professioni e competenze frustrate o in fuga ma, come noi Innovatori Europei, ancora con la voglia di partecipare, ci dicono che la città ha possibilità di sviluppo se avverrà un completo ribaltamento del suo progetto di crescita.

Noi crediamo che “Arte, Cultura, Bellezza, Intelligenze, Innovazione” sono le parole chiave del possibile futuro napoletano, a patto che:

- la classe dirigente sarà formata da giovani e meno giovani, uomini e donne dai seri curriculum e dalla certa professionalità e integrità.

- la formazione e l’innovazione culturale e progettuale saranno i punti cardine del progetto di cambiamento e innovazione.

- la popolazione giovane verrà realmente motivata e inclusa nelle scelte pubbliche.

- ogni livello pubblico avrà, quale rigoroso parametro di valutazione, la legalità.

- i luoghi comuni sulle “centralità mediterranee inesistenti” si tramuteranno in reali verità.

- le università e i centri di eccellenza ritorneranno ad essere modelli di trasferimento di conoscenza e crescita sul territorio

Allora sì che avremmo Un Futuro.

Gli Innovatori Europei per Napoli e la Campania
Massimo Preziuso, Giuliana Cacciapuoti, Vincenzo Girafatti, Roberto Race, Andrea Sabatino, Luigi Restaino
www.innovatorieuropei.com
infoinnovatorieuropei@gmail.com

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Il Nuovo Studio di Innovatori Europei – Sapere

In questi giorni il dibattito pubblico si sta occupando di baroni, scandali giudiziari, e concorsi truccati. A noi di Innovatori Europei sembra invece giunto il momento di ri-centrare il dibattito su quello che veramente conta: quali opportunità il sistema universitario offre ad ognuno di noi per migliorare e crescere professionalmente? Per produrre e condividere innovazione e sapere? Per cambiare in meglio il nostro status sociale?
Nelle economia moderne, le Università sono un motore fondamentale dello sviluppo tramite la produzione di capitale umano, avanzamenti scientifici e l’integrazione con le giovani imprese in parchi del sapere per aggregare competenze e produrre ricchezza Ma non solo. L’accesso esteso agli studi universitari sarà tra i principali discriminanti tra società chiuse e immobili, e società dinamiche, aperte e pronte ad adattarsi ai mutamenti delle condizioni economiche globali.
Partiamo quindi dai dati. Fino al 35% dei lavoratori nei paesi più avanzati è impiegato nei settori ad alto contenuto tecnologico delle scienze della vita, della finanza, della comunicazione, dell’ingegneria, delle industrie manifatturiere leggere e high-tech. Ma strategiche sono anche la diffusione della cultura umanistica e artistica, tanto più’ importanti in un paese come il nostro, detentore del 70% del patrimonio artistico mondiale.
E invece, negli ultimi 15 anni i settori ad alta densità tecnologica hanno avuto in Italia tassi di espansione più lenti che altrove; gli investimenti in tecnologie della comunicazione sono stati scarsi e scarsamente produttivi; gli stipendi medi hanno perso potere d’acquisto.
Come recentemente descritto, la crisi italiana e’ soprattutto una crisi di produttività. Siamo stati di fatto incapaci di utilizzare appieno il nuovo apporto di forza lavoro, assorbire efficacemente le innovazioni tecnologiche e arricchire il capitale umano del paese per tenere il passo dei nostri diretti concorrenti. In Italia, il ritorno economico dell’investimento in istruzione terziaria è infinitesimo e in preoccupante decremento da 15 anni, mentre quasi la metà dei dirigenti e imprenditori ha un titolo di studio pari o inferiore alla terza media.
Da tempo l’Italia è il più grande esportatore europeo di cervelli e il paese meno capace di importare figure professionali qualificate dall’estero. Già agli inizi degli anni 90 la quota di laureati italiani residenti fuori dal territorio nazionale era doppia o tripla di quella degli altri paesi europei. Le Università italiane più aperte ospitano solo il 5% di ricercatori stranieri contro il 30-75% dei migliori Atenei del mondo. Inoltre, il nostro paese produce meno laureati dei nostri competitori e la durata degli studi è esorbitante: in Italia ci si laurea a 30 anni, dopo più di 9 anni dall’immatricolazione e circa 4 studenti su 10 sono fuori corso da oltre 5. Numeri impensabili in qualsiasi altro paese moderno.
Anche il versante della ricerca non offre un panorama rasserenante. La nostra produzione scientifica e’ inferiore per quantità e qualità a quella dei diretti competitori internazionali. Anche per questa ragione le nostre Università faticano ad attrarre capitali privati. Quando poi i nostri ricercatori riescono ad ottenere finanziamenti Europei, scelgono spesso di emigrare per realizzare i loro progetti, segno che ritengono il nostro paese inadatto a sostenere i loro studi.
Infine, aspetto non meno allarmante, l’Università pubblica italiana fallisce anche nella sua funzione di moderazione delle diseguaglianze sociali: solo 1 ragazzo su 3 tra i 19 e i 22 anni frequenta un corso accademico. Poco più’ della metà rispetto agli Stati Uniti, nonostante i costi per l’istruzione siano in quel paese ben più’ elevati.
E’ allora fondamentale dare gli strumenti legislativi e finanziari per consentire all’Università italiana di recuperare il terreno perso e raggiungere livelli di eccellenza, pur garantendo l’accesso all’istruzione superiore anche alle fasce più’ deboli della popolazione.
Oggi tutti sembrano convinti che più denaro e concorsi a prova di truffa possano risolvere ogni problema. Ma è questa la strada giusta? La ricerca accademica italiana è poco produttiva perché sotto-finanziata? La correttezza dei concorsi pubblici è veramente una questione risolvibile tramite leggi prescrittive sempre più dettagliate che finalmente indichino una procedura inespugnabile? E’ veramente una questione di furbetti, mascalzoni e fannulloni?
A prima vista maggiori investimenti pubblici sembrerebbero essere non solo necessari, ma urgenti: la quota di PIL devoluta alla ricerca e all’innovazione nel nostro paese è pari al 1.1% (di cui 0.55% statale) ed è inferiore alla media europea (EU15). Ma a guardar bene si scopre che le spese sostenute per full time – equivalent student e per ricercatore sono superiori a qualsiasi altro paese europeo e persino agli Stati Uniti. Inoltre il rapporto tra full time – equivalent students e docenti, una misura dell’effettivo carico didattico, non e’ diverso da quello delle ottime Università inglesi.
Esiste poi un altro mito, forse il più persistente, il quale consiste nel ritenere che il corretto funzionamento del meccanismo di reclutamento sia una questione essenzialmente etica e normativa. E allora ad ogni scandalo si introducono nuove fantasiose regole nel tentativo di circoscrivere la discrezionalità e promuovere la trasparenza fino a quando la fantasia dei regolati (che in Italia pare essere inesauribile) trova un metodo per superare i limiti imposti dalle leggi.
I dati empirici confermano tristemente quello che ognuno di noi conosce. Il fattore che maggiormente determina il successo accademico in Italia è l’affiliazione a qualche cordata locale o baronia, e non la produttività scientifica o la qualità della didattica offerta. Il “fattore campo”, se vogliamo usare una metafora calcistica, è così forte che un outsider deve produrre almeno 13 pubblicazioni in più di un affiliato se vuole partire alla pari nel concorso.
In realtà, non conta da chi è composta la commissione, se sorteggiati o selezionati tra un panel di esperti. Non conta la correttezza delle procedure formali, se nessuno pagherà mai per scelte sbagliate in sede di reclutamento e promozione. L’attuale sistema di fatto incentiva il prodursi di cordate e accordi. Il tempo che i professori dedicano a costituire e solidificare relazioni è necessariamente maggiore di quello dedicato a fare ricerca e insegnare, perché solo le “amicizie” contano veramente. Non è un problema antropologico, nemmeno genetico. E’ un problema strutturale che riguarda il sistema di incentivi che governano il sistema.
Fino ad oggi in Italia i fondi sono stati distribuiti su ba se storica, e il sistema di progressione salariale è automatico, biennale e dipende esclusivamente dall’anzianità di servizio. In Italia non esiste alcun meccanismo efficace di interruzione della carriera accademica che sia iniziato da una Università. Questo deve cambiare. Bisogna pretendere che il sistema universitario pubblico sia efficiente, produca risultati misurabili, si sottoponga alla verifica delle sue attività perché assegnare appropriatamente i fondi in assenza dei segnali prodotti dal mercato richiede una costante raccolta di dati e un attento scrutinio.
Come dimostrato dai recenti studi empirici, l’autonomia, finanziaria e legale delle Università e la loro responsabilizzazione attraverso le valutazioni di efficacia ed efficienza, sono i presupposti necessari perché qualsiasi riforma abbia una qualche speranza di successo.
Ad oggi, il 70% dei fondi provengono dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Da qualche anno però una parte del FFO viene assegnato secondo la Quota di Riequilibrio (QR) che entrerà a regime nel 2030. Questo meccanismo attribuisce i fondi pubblici in base al numero di full time students e al costo standard per studente. La QR si basa sul presupposto che le Università che offrono servizi migliori vengano frequentate da più studenti e siano quindi in grado di acquisire proporzionalmente maggiori risorse.
Purtroppo anche questo meccanismo presenta ancora notevoli imperfezioni. In sintesi la QR tende a favorire le aree didattiche a bassa intensità tecnologica che richiedono costi fissi minori; l’assenza di un sistema di controllo di qualità dei risultati tende a disincentivare la creazione di percorsi e metodi formativi innovativi, di per se stessi più’ rischiosi e costosi; terzo, in assenza di un mercato del lavoro che accoppi efficientemente produttività e salario la QR può incentivare una riduzione degli standard formativi e inflazionare il rilascio di lauree, come osservato molto chiaramente da recenti analisi empiriche.
E’ quindi fondamentale condurre valutazioni basate sull’evidenza scientifica per migliorare il calcolo della QR e includervi parametri in grado di riconoscere opportunamente le differenze di costi fissi tra le diverse aree e discipline. Sarà inoltre decisivo agganciare una parte rilevante dei fondi ad un sistema di valutazione della didattica che incorpori indicatori di volume (numero di laureati/anno) e indicatori di qualità’ (ad esempio, soddisfazione dell’utenza, tempo mediano di disoccupazione post-laurea, salario nel primo biennio post laurea, ecc).
Dovrà anche essere implementato un piano di edilizia universitaria e di prestiti facilitati legati alla performance dello studente che abbatta i costi di trasferimento e faciliti la mobilità. Infine dovrà’ essere favorito lo sviluppo di agenzie autonome per il ranking e resi pubblici i dati di performance delle Università.
Ma non dobbiamo dimenticare che il successo di un’istituzione accademica dipende anche dalla qualità e motivazione degli studenti. Il regime attuale, in cui gli studenti pagano solo il 10% dei costi, non incentiva lo studio serio e il raggiungimento di obiettivi formativi in tempi ragionevoli. Inoltre, rette artificialmente basse rappresentano di fatto un trasferimento netto dai poveri ai più ricchi, perché abbassano la qualità della didattica intrappolando i meno abbienti in un sistema non in grado di fornire una formazione adeguata a competere nei mercati globali. Dobbiamo prevedere di raddoppiare il contributo degli studenti e di estendere contemporaneamente borse di studio che coprano l’intero importo della retta degli studenti meritevoli con difficoltà economiche.
Ma questi provvedimenti incideranno solo indirettamente sulla qualità della ricerca, che necessita una ristrutturazione dei meccanismi di finanziamento.
Ad oggi solo una parte minoritaria del finanziamento pubblico viene devoluta specificamente alla ricerca tramite i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN, equivalente al 2% del FFO nel 2000), i fondi per giovani ricercatori (0.2% del FFO, sempre nel 2000) e altre fonti minori. Questi fondi vengono assegnati tramite un processo di valutazione esperta. I fondi vengono assegnati al ricercatore che può utilizzarli discrezionalmente per il raggiungimento degli obiettivi. Una parte di questi fondi va all’Università ospitante per la copertura dei costi indiretti (spese amministrative, affitti, personale di supporto). Il processo di valutazione esperta coinvolge almeno 3 revisori di cui 1 straniero. Inoltre è prevista, ma non ancora realizzata, una valutazione degli outcomes raggiunti.
Questo metodo di assegnazione è potenzialmente in grado di fornire gli incentivi e le condizioni ambientali necessarie a promuovere una vera rivoluzione delle produttività scientifica nel nostro paese. La competizione diretta e aperta per risorse limitate indurrà i gruppi di ricerca a dotarsi di modelli organizzativi e strumenti di analisi dei costi oggi sconosciuti nelle nostre Università. Costringerà gli Atenei a convergere verso un progressivo miglioramento della performance. Questi strumenti permetteranno contemporaneamente alle Università di competere a livello internazionale sul mercato privato della ricerca.
Ma questo mo dello di incentivazione non può funzionare alle attuali condizioni. Poco più del 2% del fondi non possono influenzare comportamenti generali. E necessario ristrutturare gradualmente ma con decisione, il fondo per il finanziamento Universitario in modo che almeno il 30% sia devoluto tramite il meccanismo PRIN. Inoltre i criteri di valutazione adottati in Italia non sono trasparenti e quindi non garantiscono l’adeguata allocazione delle risorse: in molti paesi, primo fra tutti gli USA, sono stati realizzati efficaci protocolli di assegnazione competitiva che potrebbero essere adattati alla realtà’ italiana. Infine è necessario istituire procedure per il controllo di qualità’ a breve e lungo termine dei progetti finanziati, dei criteri di valutazione e di accuratezza dei valutatori.
In conclusione, se da un lato le prestazioni dell’Università italiana sono fonte di estrema preoccupazione, essa è già parzialmente dotata degli strumenti necessari alla sua radicale riforma. Nonostante l’opinione pubblica sia indignata per gli scandali venuti recentemente alla luce, noi crediamo che gli istinti punitivi siano inutili e controproducenti. La riforma dovrà essere condotta con gradualità, consentendo a tutte le figure coinvolte di adattarsi con efficienza al cambiamento e di trarne i maggiori benefici.

Bibliografia:
- Banca D’Italia. Rapporto Annuale. Maggio 2008
- Bagues, Sylos Labini, Zinovyeva. Differential Grading Standards and University: Evidence from Italy. CESifo Economic Studies, Vol. 54, 2/2008, 149–176, doi:10.1093/cesifo/ifn011.
- Daveri, Jona-Lasinio. Italy’s decline: getting the facts right. Unpublished.
- Tammi. The competitive funding of university research: the case of Finnish science universities. High Educ, DOI 10.1007/s10734-008-9169-6
- European University Association. Financially Sustainable Universities. Toward full costing in european University. EUA Publications, 2008
- Gagliarducci et al. Lo splendido isolamento dell’Università Italiana. Presentato alla conferenza, “Oltre il declino”, Roma, 3 febbraio 2005.
- Lazear. Incentives in Basic Research. Journal of Labor Economics. Vol. 15, No. 1, Part 2: Essays in Honor of Yoram Ben- Porath (Jan., 1997), pp. S167-S197
- Becker, Ichino, Peri. How Large is the “Brain Drain” from Italy?. March, 2003
- UN Economic reports. Understanding Knowledge Societies. 2005. ISBN 92-1-109145-4
- Tinagli, Florida. L’Italia nell’era creativa. Creativity Group Europe; Luglio 2005.
- OECD Policy Brief. International Mobility of the Highly Skilled; Luglio 2002.
- OECD/GD(97)202. Technology Incubators: nurturing small firms. 1997.
- Perotti. The Italian University System: Rules vs. Incentives. European University Institute. 2002.
- Sandlers, Weel. Skill-Biased Technical Change:  Theoretical Concepts, Empirical Problems and a Survey of the Evidence.
-  Simone, R., L’Università dei tre tradimenti, Laterza
-  Simone, R., Idee per il governo dell’università, Laterza
- Van der Ploeg. Towards Evidence-based Reform of European Universities. CESifo Economic Studies, Vol. 54, 2/2008, 99–120

Presidente:
Massimo Preziuso, Ph.D. in Finanza, LUISS; infoinnovatorieuropei@gmail.com
Coordinatore del gruppo di lavoro: “Progettare l’Università’ del XXI secolo”
Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;
Hanno collaborato alla stesura del documento:
Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;
Daniele Mocchi, ricercatore ISR – CCIAA Massa-Carrara; daniele.mocchi@gmail.com;
Andrea Candelli, Ph.D. student – Vrije Universiteit Amsterdam, The Netherlands; andrea.candelli@gmail.com;
Michele Cipolli, Consulente in ICT; mcipolli@msn.com;
Aldo Perotti, Funzionario del DPS – Ministero dello Sviluppo Economico; aldo.perotti@tesoro.it;
Giancar lo Giordano, Esperto in Gestione delle Aziende sanitarie giancarlo742001@yahoo.it;
David Ragazzoni, Filosofia Politica – Universita’ Normale Superiore di Pisa ; d.ragazzoni@sns.it.
Enzo Tripaldi, Consulente per Politiche Comunitarie e Sviluppo Rurale; enzotripaldi@tiscali.it;

Amici e amiche del Gruppo Innovatori Europei.

Mancano pochi giorni alle Primarie dei Giovani del PD del 21 novembre. Questi sono stati, per me, mesi straordinariamente intensi, fatti di politica sul campo, quella vera, complessa e affascinante. Arriva ora il momento di stringere i denti più che mai, per lasciare un segno e rendere reale, tutti insieme, un’idea rivoluzionaria di Giovanile e di impegno giovanile nel PD.

Sono felice di poter dialogare con voi con grande franchezza, consapevole del percorso unico che abbiamo condiviso all’insegna della competenza, dell’etica della responsabilità, della politica come percorso di crescita individuale al di là della “spada” e del “sangue”.

Le sfide che sono alla base della mia candidatura a Segretario dei Giovani del PD sono tre. La prima è l’opportunità di costruire una giovanile di spiriti liberi, autonomi e critici. Un’organizzazione vera, nazionale, ma al tempo stesso federale e aperta a tutti senza pregiudizi. La seconda è la voglia di non riproporre gli schemi del passato, voglia di sussidiarietà e di praticità. La terza ragione è l’assoluta necessità di un cambio generazionale all’interno del PD, intendendo con questo non solo l’aspetto anagrafico ma anche il profilo politico dei suoi “giovani”.

Insomma, certo non avrò vinto il Nobel in economia o in scienze poltiche, ma ho chiaro in testa che c’è una sinistra riformista in via di estinzione in aree importantissime per il Paese e un PD in difficoltà fra gli under-30, che pure hanno mutui sulle spalle, non arrivano a fine mese, ma preferiscono al nostro senso di realtà il radicalismo leghista o il machismo dei Berluscones. E’ tempo di testimoniare che i democratici esistono davvero, che c’è una parte importante del Paese e dei suoi giovani che non si accontenta di andare in piazza ma vuole essere protagonista, spendersi per risolvere i piccoli e grandi problemi, capire i territori e partecipare concretamente al cambiamento.

Un’alternativa è possibile. Ti chiedo, perciò, di sostenere il 21 novembre con il tuo voto la mia candidatura a Segretario Nazionale.

Con stima,

Dario Marini
http://dariomarini.wordpress.com
marinidario@hotmail.com

Finanza islamica e clean technologies per lo sviluppo sostenibile nel Mediterraneo

pubblicato su RESET di Novembre in Progetto “Kyoto of the cities”(di Massimo Preziuso*)

In questo contributo si vuole evidenziare l’emergere, dalle ceneri della crisi finanziaria che sta colpendo i mercati e le economie di tutto il mondo, di un enorme potenziale di sviluppo sostenibile nell’area del Mediterraneo, derivante dall’incontro dei mondi delle Clean technologies e della Finanza islamica.

In pochi mesi, le clean technologies e sviluppo sostenibile del pianeta sono diventati i protagonisti del dibattito quotidiano nel mondo dei media, della politica, dell’economia e nella società.

Solo a dicembre scorso, anche io scrissi per Astrid un piccolo contributo dal titolo “il futuro della finanza nelle clean technologies” dove sostenevo che, in un mondo scottato dalla finanza derivata, gli investitori avrebbero guardato sempre più ai real assets, in particolare alle Clean technologies, per trovare riparo dalla “tempesta perfetta” che si stava per abbattere su di essi.

Solo qualche mese più tardi, tutto questo sta avvenendo, ed in maniera sostenuta: infatti, sebbene gli ambiziosi ma necessari risultati previsti dal protocollo di Kyoto (il trattato internazionale sul cambiamento climatico, che ha dato luogo alla fissazione di “limiti di emissione nocive” alla maggior parte dei paesi industrializzati) siano ancora lontani, ci sono tutti gli elementi per essere fiduciosi ed aspettarsi una ulteriore crescita di attenzione, di investitori e non, verso il tema della sostenibilità ambientale.

In questo senso, la recente sfida di lungo periodo lanciata solo qualche settimana fa al G8 di Hokkaido (riduzione del 50% di emissioni nel 2050), sebbene a molti possa sembrare soltanto “un enunciato di parole”, rappresenta un ulteriore e decisivo segnale su quale direzione il mondo abbia ormai preso: quella dello sviluppo sostenibile dell’economia e della società.

Oggi, le clean technologies (tecnologie di produzione energetica a zero emissioni) continuano ad attrarre ingenti capitali (di investitori istituzionali e non), a motivare importanti politiche pubbliche in tutto il mondo, a dar vita ad importanti iniziative di business e di ricerca, e a rendere sempre più consapevoli i cittadini dell’importanza da dare alle scelte di consumo e agli stili di vita personali. Due esempi numerici per tutti:

- tra il 2005 e il 2007 la piattaforma finanziaria dell’ETS (Emission Trading Scheme), il principale mercato di scambio di certificati di emissione ha quadruplicato i propri volumi, passando dai 15 ai 64 miliardi di dollari annui ed avviandosi a divenire una piattaforma globale, con l’ingresso secondo molti ormai vicino (2009) dei grandi colossi economici Stati Uniti e Cina.

- Esistono ormai più di 60 carbon funds, con capitalizzazione sopra i 10 miliardi di dollari, che hanno dato vita ad importanti investimenti in progetti CDM (Clean Development Mechanism, il meccanismo project based nato a Kyoto) operanti nei paesi in via di sviluppo, dando l’inizio ad un trend crescente sull’Africa (oggi 5% del totale).

Ma se è vero che le clean techs rappresentano sempre più il cuore di un nuovo paradigma economico e culturale mondiale, da qualche tempo si affianca loro un’altra novità interessante e di lunga prospettiva: lo sviluppo della Finanza Islamica.

Negli ultimi due anni, infatti, in parallelo alla crisi scoppiata con i subprime, e continuata con la crescita dei prezzi del petrolio e delle materie prime, proprio la finanza islamica ha acceso i motori a ha preso il largo.

Ma cos’è la finanza islamica e perché sta crescendo così tanto, in un panorama finanziario da tempo e da tutti definito grigio?

Fondamentalmente la finanza islamica è basata su alcune interpretazioni di alcuni versetti del Corano – il “glorioso” libro dell’Islam, e i suoi due pilastri centrali consistono nell’impossibilità di ottenere interessi sui prestiti (ribà) e nell’obbligo di effettuare investimenti socialmente responsabili. La finanza islamica, quindi, si fonda sul concetto dell’assed based financing, ovvero sull’idea che una istituzione finanziaria possa agire solo nel finanziamento di attività produttive – reali attraverso una propria partecipazione diretta nell’investimento.

Proprio per queste sue caratteristiche peculiari, in questi ultimi due anni, mentre i mercati venivano fortemente colpiti dall’attuale crisi globale, un enorme spostamento di capitali si è diretto verso la finanza islamica: il settore è cresciuto, infatti, ad un ritmo del 20% annuo e molti analisti prevedono il giro di affari di questa tipologia di investimento sarà di circa 2 trilioni di dollari per il 2010.

Da un lato tale crescita si spiega con la crescita della ricchezza dei paesi arabi legata al prezzo del petrolio, dall’altro dalla richiesta degli investitori (istituzionali e non) di investimenti più sicuri e meno rischiosi, nel “viaggio verso la semplicità” di cui si è parlato nei media i mesi scorsi.

Alcuni analisti ed economisti sono arrivati a dire che una finanza mondiale incentrata sul modello islamico oggi non avrebbe vissuto il trauma derivante dai subprime, per la semplice ragione che “le varie strutture finanziarie montate su tali mutui non sarebbero potute esistere in quel mondo (finanza islamica)”, e quest’ultima è una verità dura da contestare.

Di contro, la finanza islamica vive oggi nella difficoltà di staccarsi dalla diffusa consuetudine, presente nelle società occidentali, di essere considerata “attività” vicina al mondo del terrorismo internazionale, sebbene la maggior parte dei colossi dell’investment banking abbiano avviato linea di attività dedicate a tale tipologia di investimenti.

Andando a concludere: il punto centrale che questo piccolo contributo vuole sottolineare è che i fenomeni “Finanza Islamica” e “Clean Techs” si stanno sviluppando insieme, perché mossi dagli stessi drivers e diretti verso un futuro collegato e correlato – la sostenibilità ambientale.

Infatti, essendo le clean techs fondamentalmente legate ad assets reali, esse diverranno sempre più il target di attrazione per la finanza islamica dei prossimi anni, a maggior ragione quando i paesi arabi dovranno guardarsi intorno per trovare il sostituto del “petrolio” – asset / risorsa che andrà ad esaurirsi presto – e trovare un nuovo sentiero di crescita sostenibile per le proprie economie e società. I primi passi di questo avvicinamento sono stati già fatti:

- il governo di Abu Dhabi ha avviato il più grande fondo clean tech al mondo, investendo in tutto il mondo per raggiungere importanti obiettivi di crescita sostenibile per tutto il mondo arabo. – I paesi islamici del mediterraneo iniziano a definire degli obiettivi importanti di crescita Sostenibile basata sulle politiche ambientali

- Il Mediterraneo vive un momento di rinascimento economico e culturale, ed è già sede di importanti investimenti provenienti da tutto il mondo: è di questi giorni la notizia di un progetto (50 miliardi di Euro), sviluppato presso la Commissione Europea, per la costruzione di una immensa rete di pannelli solari (di dimensione paragonabile alla superficie del Galles) che potrebbe produrre tutta l’elettricità richiesta dal continente europeo.

E’ il mediterraneo, infatti, il luogo in cui far frutto dell’avvicinamento tra clean techs e finanza islamica sopra descritto, ed è l’Europa la naturale candidata a condurre questo percorso, essendo per storia e cultura, il baricentro naturale tra mondo arabo, mediterraneo e occidentale.

I primi fatti stanno avvenendo: infatti, con l’avvio dell’Unione Mediterranea (UM), “avvenuto” il 13 e 14 luglio a Parigi, l’Europa ha da subito la possibilità di unire i quattro concetti chiave – Europa, Mediterraneo, Energia e Finanza Islamica – sotto un unico cappello, UM appunto.

UM nasce infatti proprio con l’idea che l’ambiente possa essere il volano per lo – sviluppo sostenibile delle due sponde del mediterraneo – luogo ideale in cui cominciare a sviluppare quella complessa e necessaria transizione verso quello che io chiamo “Clean Economy and Society”.

Ci sono tutte le premesse – politiche, economiche, sociali e demografiche – per permettere che questo accada: bisogna però darsi tutti da fare, perché vi sono pochi anni per intercettare il “futuro”.

Massimo Preziuso – Innovatori Europei

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*Profilo

Laureato in Ingegneria Gestionale nel 2003 presso Federico II a Napoli, si è specializzato su Innovazione e Tlc presso Telecom Italia (Talent Academy), E Business e Management presso il Politecnico di Torino (2004), Finanza Pubblica e Valutazione di Investimenti Pubblici presso l’Università La Sapienza (2005). Si è poi iscritto (2005) al Dottorato di Ricerca in Finanza di Progetto presso Luiss Guido Carli, svolgendo una Tesi sul tema della “Evoluzione della finanza verso l’ambiente e la sostenibilità”, passando periodi di ricerca presso Peking University (2007), dove ha frequentato una Summer School sul tema Globalizzazione e Climate Change, e London School Economics (2007/08), in qualità di Visiting Researcher. Ha lavorato presso Telecom Italia (2003-04), Consip spa (Ministero Tesoro, 2004-06) e dal 2007 si occupa di investimenti nei settori delle Energie alternative e delle Risorse Naturali. Dal 2006 è fondatore e presidente di Innovatori Europei.

LA CULTURA DEL NOSTRO PIANETA E’ IN PERICOLO. E’ il tempo delle scelte

pubblicato su RESET di Novembre all’interno di Progetto “Kyoto of the cities” (di Gabriele Mariani) *

La nostra cultura ha conosciuto e conosce ancora momenti splendidi, là dove l’uomo viva senza traumi il suo rapporto con la natura. Questo pare si possa intendere anche dal racconto della Bibbia, ove il peccato non arrivi a rompere gli equilibri.

Ma questa età felice può non finire, se l’uomo saprà amare le proprie origini.

La natura soddisfa tutte le nostre esigenze, e vivendo in simbiosi con essa e godendone i frutti ci fa crescere. Ce ne accorgiamo quando la natura ci manca. Ed è bello apprendere ancor oggi dai libri di protagonisti del secolo appena trascorso, quale Rigoni Stern (che amo ricordare), come l’uomo che viva la natura ne alimenti anche la propria cultura.

Intendendo per cultura non tutto quanto faccia (o dia l’illusione di fare) dell’uomo un essere potente e superiore agli altri esseri viventi, ma la sapienza che deriva dalla conoscenza del proprio ambiente vitale e dal modo di gestirlo, preservandone la ricchezza. Perché mentre imparava a gestire il rapporto con elementi vitali quali la terra, l’acqua e il fuoco, l’uomo è cresciuto dallo stato semplicemente esistenziale a quello di essere razionale, in grado di stabilire e di scegliere da sé come operare per il meglio.

Così è stato sino a quando non capitò che l’uomo si sentisse minacciato dalla natura. Perché ovviamente il rapporto con la natura non è stato sempre idilliaco, e l’avvicendarsi delle stagioni e i fenomeni che nei secoli hanno modificato l’ambiente hanno sviluppato negli uomini dei meccanismi di difesa, che nel tempo talvolta purtroppo sono diventati aggressivi. L’uomo ha cercato di modificare la natura a proprio vantaggio, com’era ovvio e ragionevole, ma spesso dimenticando le regole e i limiti che la natura stessa ci insegna.

Ne è nato un conflitto, e dove la natura ha avuto il sopravvento sono rimasti solo i resti.

Perché paradossalmente, l’uomo per fare ordine crea il disordine. Il consumo dell’energia, che secondo le leggi della fisica può produrre un lavoro più o meno utile, è cresciuto a dismisura senza regole e senza freni, sino allo spreco, creando in molti casi danni non rimediabili nel breve arco dei tempi che l’umanità sa gestire.

Oggi la nostra cultura e i nostri costumi, troppo dipendenti dall’uso dell’energia, sono in pericolo. E’ tempo di rimetterli in discussione, e non solo per noi stessi, ma guardando anche a quello che ci circonda.

Infatti il colonialismo politico ed economico delle nazioni più avanzate che, per iniziativa propria o per una felice posizione geografica, hanno imboccato per prime la via dello sviluppo, monopolizzando per decenni i consumi dell’ energia e appropriandosi delle fonti, dovrà fare i conti con i mercati che loro stessi hanno sviluppato, e con i popoli che, per la crescita demografica e il migliorato stile di vita, incrementano esponenzialmente i propri consumi.

E la tentazione è più forte per chi ha avuto di meno….

E ciò in relazione al risveglio politico e sociale in quei paesi che per decenni sono stati relegati ai margini, accontentandosi di vivere di luce riflessa dai paesi ricchi.

Chi ha meno certezze ha anche più coraggio, o la forza della disperazione, ed è più disposto a rischiare. Le promesse dei paesi ricchi non hanno più credibilità e solo dove si fa qualcosa assieme si ottiene credito.

Ma nonostante la prospettiva di un inizio di esaurimento delle fonti energetiche più sfruttate, di natura fossile, i paesi ad elevato sviluppo economico, dove la crisi energetica è comunque già in atto, egoisticamente non sono disposti a sacrificare il proprio benessere. I paesi in via di sviluppo a loro volta incrementano un uso irrazionale delle stesse fonti di energia manipolandole nel modo più pratico e veloce. La mancanza di mezzi e di una seria cooperazione da parte dei paesi ricchi non li incoraggia all’impiego di tecnologie più avanzate, sia dal punto di vista ecologico che dell’efficienza. E così succede che, “nel fai da te”, chi ha sete di sviluppo e possiede una risorsa ne faccia un uso incontrollato ed anche “improprio”, diventando una minaccia anche per coloro che sinora li hanno sopravanzati .Intendendosi per “improprio” l’attitudine allo sfruttamento delle risorse su basi poco scientifiche e poco ecologiche. Come avviene in paesi quali la Cina, dove si allagano intere Regioni per fare energia idraulica e si inquina a dismisura l’atmosfera con l’uso del carbone senza trattare le emissioni e gli scarti..

Oggi per uso improprio è da intendersi principalmente quello su vasta scala di idrocarburi quali petrolio e derivati, gas e carbone senza limiti alle emissioni: le maggiori cause di una produzione enorme di gas tossici e di CO2 che la natura non riesce più a riciclare e che determinano il riscaldamento e le modifiche, talora devastanti, del clima del nostro pianeta .

Il cosiddetto “effetto serra”.

L’incremento dei consumi di combustibili di origine fossile per la produzione di energia elettrica è stato talmente rapido ed imponente da causarne la crescita spaventosa e non prevista dei prezzi, senza con questo che se ne riducano significativamente i consumi.

E paradossalmente l’uso dei cereali per produrre carburanti sintetici da sostituire agli idrocarburi rischia di contrastare la lotta alla fame nel mondo.

Per la prima metà di questo secolo gli indici di previsione degli incrementi globali dei consumi energetici nel mondo , e contemporaneamente le aspettative di riduzione attraverso l’educazione al risparmio, sono valori in continua evoluzione, anche a causa della crisi economica e politica. Pertanto è meglio riferirsi solo ai dati di tendenza, orientati comunque verso un netto incremento dei consumi, con una varia distribuzione sul pianeta.

Come fonte dei dati possiamo riferirci all’IEA (Int. Energy Agency) e al suo outlook annuale. In effetti in Occidente, auspicando che si possano assumere comportamenti più virtuosi, o volontariamente o come effetto della crisi, i dati dei consumi potrebbero mantenersi più stabili, mentre in Oriente si é imboccata decisamente la strada della crescita, con incrementi medi del PIL di dieci punti annui. In Cina e in India in particolare, incoraggiati dalla necessità dell’Occidente di sviluppare nuovi mercati e di assumere manodopera a basso costo.

Così ogni anno in Oriente si incrementano gli impianti di produzione di energia elettrica di circa 200 gigawatt, un valore circa doppio di quello degli impianti operanti attualmente in Italia .

Pertanto ogni comportamento virtuoso dell’Occidente non basta a contrastare la crescita globale dei consumi e delle conseguenti emissioni. E ciò nonostante che per circa due terzi la produzione di energia elettrica sia ancora concentrata in Occidente.

E’ difficile parlare di risparmio a chi é ancora in gran parte sotto la soglia di povertà.

Quindi le prime esigenze sono quelle di promuovere l’educazione al risparmio energetico e contemporaneamente lo sviluppo su vasta scala di nuove risorse energetiche non inquinanti, alternative alle risorse fossili.

L’educazione al risparmio energetico diventa un fatto di costume, da sviluppare per noi e da insegnare ai nostri figli come rispetto della natura e di coloro che vivono situazioni precarie. Ora il vero problema è che non esiste “sviluppo sostenibile” se la migliore educazione al risparmio si limita alla installazione di lampadine di basso consumo e a distribuire meglio i propri consumi nella giornata, per evitare i picchi. Occorre investire nell’acquisto e nell’ammodernamento delle macchine e dei sistemi che migliorano il nostro stile di vita ma che hanno consumi elevati, e cogliere così due obiettivi: riduzione dei consumi e rilancio dell’economia.

I Governi del mondo attraverso, il cosiddetto protocollo di Kyoto, hanno avviato una azione di natura politica tendente a educare i popoli, anche attraverso sanzioni, a ridurre e/o a modificare le emissioni e le relative cause. Ma i primi a non rispettare gli obiettivi sono state nazioni come Stati Uniti e Russia, fra i maggiori consumatori (anche se produttori) di energia. Ed ora anche Cina ed India, in pieno sviluppo, reclamano per sé meno vincoli.

E’ difficile convincere i popoli dei paesi in via di sviluppo, se la logica è che hai meno diritto ad inquinare perché hai un’economia più arretrata.

Anche il commercio di questi diritti (l’ Emission Trading System) non può essere l’obiettivo principale dell’azione intrapresa per coinvolgere tutti i popoli della terra..

Le riduzioni auspicate del 20% delle emissioni al 2020 (rispetto al 1990) rimarranno una mera aspettativa fintantoché la dipendenza dai combustibili fossili non verrà ridotta drasticamente. Sia per la trazione che per la produzione di energia elettrica.

La possibilità di catturare la CO2 e reiniettarla nel sottosuolo è una soluzione, e si sta studiando, ma, sia dal punto di vista tecnico che economico, non trova per ora larga applicazione. Forse potrebbe essere imposta se i costi dei combustibili tornassero ai livelli di dieci anni fa.

Oggi nel mondo oltre due terzi dell’ energia elettrica è prodotta ancora da combustibili fossili. La sostituzione su scala industriale dei combustibili fossili con risorge energetiche rinnovabili (specchi solari, eolico, fotovoltaico, biomasse etc..) comporta due generi di difficoltà: i costi e la scala degli impianti. E’ noto che occorrono alcune centinaia di ettari di terreno per produrre poche decina di megawatt, là dove una centrale tradizionale produce 1000/1500 megawatt. L’impiego di tali risorse su vasta scala richiede situazioni culturali e geografiche particolari, quali la gestione diretta, su scala domestica e/o di piccole comunità, di impianti locali, con esigenze più limitate e non continuative di consumo. Inoltre il costo del kilowattora prodotto è in generale più elevato.

L’Italia incentiva l’installazione di pannelli fotovoltaici, nonostante che il costo del Kilowattora prodotto sia dell’ordine di cinque/dieci volte superiore al costo del prodotto tradizionale. Questo è un bene comunque perché incentivando l’applicazione di una tecnologia promettente se ne favorisce lo sviluppo dell’efficienza e la conseguente riduzione dei costi.

La Smart Grid, ovvero la rete intelligente, é il sogno di stabilire un rapporto di scambio diretto fra tutti i produttori e i consumatori, con una rete simile a Internet, che possa eliminare il vincolo delle politiche delle grandi compagnie e dei governi che gestiscono le risorse.

Le difficoltà derivano dal fatto che nella rete elettrica non è come su WEB, dove può andarci di tutto. Una rete elettrica per operare deve essere monitorata e controllata da un sistema centrale.

La nostra nazione, che impegna attualmente una quantità di energia prodotta pari a circa 100 gigawatt, è dipendente per circa il 15% dei consumi dall’estero, in particolare dagli impianti ad energia nucleare che la Francia e la Svizzera hanno costruito ai nostri confini.

Per far fronte autonomamente ai nostri consumi noi abbiamo la necessità di programmare la costruzione entro il 2020 di almeno dieci centrali da 1500/2000 megawatt, a meno di non voler continuare a comprare energia facendo finta di non conoscerne la provenienza.

Solo l’energia nucleare può dare il contemporaneo vantaggio di un’alta concentrazione di produzione di energia e assenza di emissioni di CO2 e di altri gas.

E’ forse il tempo di rinnovare le scelte che in modo non molto razionale e consapevole abbiamo fatto in occasione del referendum nell’87.

Se vogliamo essere sinceri le scelte le hanno già fatte gli altri per noi, ce lo dimostra anche Chicco Testa nel suo recente libro: Tornare al nucleare ?

Non possiamo più dire di no al nucleare di ultima generazione, già sperimentato e collaudato in oltre 400 impianti nel mondo, senza con questo trascurare lo sviluppo delle risorse alternative che daranno in un futuro prossimo un contributo essenziale, in mancanza di altre risorse.

Nulla che l’uomo ha scoperto o ha inventato è in sé un bene o un male, dipende dall’uso che l’uomo ne fa. Lo sfruttamento per fini pacifici della grande potenza concentrata nell’atomo é un dono di Dio, se contribuisce a elevare lo stile di vita e allontana la tentazione di usi aggressivi.

Il problema è convincersi che si può convivere con un rischio calcolato. Che dopo il disastro di Cernobyl, dovuto a un grossolano errore dell’uomo, l’energia nucleare per scopi pacifici ha causato di fatto molte meno vittime di altre attività industriali e/o di attività normali della nostra vita di ogni giorno, verso le quali non abbiamo questo rifiuto. E questo perché l’industria nucleare ha molti più controlli ed é in continua evoluzione, sia dal punto di vista delle tecnologie che della sicurezza e dei sistemi di trattamento delle scorie.

La terra nella sua evoluzione, a partire dal primo Big Bang, ha sviluppato sempre migliori condizioni di vita, almeno sul lungo periodo. Può esserci una spiegazione religiosa, oppure è solo perché nella natura c’è uno” slancio vitale”, che non si esaurisce . James Lovelock, ambientalista, noto quale inventore della teoria di Gaia, considera la terra un organismo vivente alla ricerca continua di equilibrio,coadiuvata dalla specie umana come parte attiva e interagente, e ha dichiarato che considera l’energia nucleare una risorsa irrinunciabile per affrontare i cambiamenti climatici.

*profilo

Laureato in ing.meccanica al Politecnico di Milano nel 1969, ha lavorato come progettista tre anni alla F.Tosi di Legnano.Assunto nel ‘73 alla Snamprogetti( ENI) ha ricoperto vari ruoli e varie responsabilità sino al 2006.Dall’Ufficio Macchine é passato alla Divisione Infrastrutture dove é stato Resonsabile delle Tecnologie ,del Marketing e infine Direttore della Divisione sino al 1988.Direttore commerciale della Snamprogettisud sino al1992.In seguito Presidente del Consorzio Alta Velocità Cepavdue e Direttore Realizzazione Progetti.

(di Massimo Preziuso)

Per fortuna, c’è Obama.

In poco tempo, un leader naturale, un giovane politico dei Democrats, è uscito alla ribalta ed è arrivato a conquistare il Potere Americano, e sta per essere nominato (i sondaggi ormai non lasciano dubbi, e bastava guarda la faccia di Mc Cain nel dibattito di ieri, per rendersene conto) Presidente degli Stati Uniti.

E’ evidente che nel trionfo di Obama vi è l’impostazione meritocratica della società americana: un Paese in cui giovani trentenni come Page e Brin (Google) o ventenni come Zuckerberg (Facebook) hanno una influenza pari o maggiore a quelle dei Clinton o dei Bush.

THAT IS AMERICA.

Con Obama il mondo può finalmente vedere una nuova fase di sviluppo sostenibile.

Negli ultimi dieci anni, i conservatori americani di Bush e Greenspan (ex numero uno della Fed) hanno creato un modello di crescita insostenibile, basato su concetti molto fragili: consumo a debito, assenza di welfare, centralità della finanza sull’economia.

L’effetto di questo modello perverso è sotto gli occhi di tutti: una serie di brutte notizie, che dalla finanza sta arrivando giorno dopo giorno all’economia reale, e così nelle case di tutti noi.

Questo modello perverso oggi si sta fortemente ridimensionando, e la vicinissima nomina di Obama a Presidente degli Stati Uniti è una grande opportunità per gli Stati Uniti ed il Mondo intero per cambiare radicalmente percorso.

Ecco alcune importanti novità dei prossimi mesi:

- il ritorno al potere dei Democrats sarà importante per ritrovare equilibri geopolitici nuovi, anche in Italia (ed il Partito Democratico avrà una grande possibilità di ripartire, se unito avvierà serie relazioni politiche con i Democrats)

- la presenza di un giovane alla Presidenza degli Stati Uniti darà “energia” e “motivazione” a quella generazione di 30-40 enni che ha avuto solo forti delusioni e sconfitte in questi ultimi 10 anni

- Obama rappresenta, per background e per leadership, il perfetto collante tra Stati Uniti, Europa e Mondo Mediterraneo

L’Italia e l’Europa cambieranno, e molto, con la presidenza Obama: a cominciare proprio dal modus operandi dei governi di Centro Destra al potere oggi – primo tra tutti il Governo Berlusconi.

E’ chiaro che la nuova ondata di sviluppo globale arriverà, ancora una volta, dagli Stati Uniti – rinnovato motore di uno sviluppo sostenibile - e toccherà a tutti, ancora una volta, seguire (e provare a modellare) l’innovazione americana.

THANK YOU, PRESIDENT OBAMA.

Massimo Preziuso

ROMA, 13 OTTOBRE 2008

RESOCONTO ASSEMBLEA DELL’ASSOCIAZIONE – CENTRO STUDI INNOVATORI EUROPEI

Sabato scorso, a Via dei Giubbonari in Roma, si è dato vita alla Associazione – Centro Studi Innovatori Europei, dopo più di due anni di attività del movimento.

Massimo Preziuso, fondatore e presidente, ha dato il via ai lavori, intorno alle 11, riassumendo le attività svolte finora, soffermandosi sulla realizzazione di dibattito su temi innovativi in varie città di Europa e di strutturazione dei 3 centri di competenza (su Sapere e Innovazione, Energia e Ambiente, Politiche Europee).

Completato questo avviamento, si evolve ora in un’Associazione – Centro Studi con circa 100 soci.

Come di consuetudine, l’incontro è poi proseguito con la descrizione del lavoro che si svolge nel Centro Studi, attraverso la presentazione dei Manifesti di attività dei tre gruppi.

La discussione è cominciata sul Tema “Europa e Mediterraneo” e ha visto Ainhoa Agullo, Giuliana Cacciapuoti e Mario Coviello descrivere le prime attività di realizzazione di un centro di competenza sulle politiche euro mediterranee, con focus sulla potenzialità delle energie rinnovabili quali “driver” di avvicinamento tra le due sponde del Mediterraneo.

Si è poi passati al secondo centro di competenza, quello su “Energia e Ambiente”, con Massimo Preziuso e Mario Sforza che hanno descritto il manifesto preparato dal Gruppo (con Alberto Zigoni, Stefano Casati e altri amici), incentrato sui temi del “Clean Behaviour ed Economy” e della necessità di formare al più presto una nuova generazione di studenti, ricercatori e professionisti dotati di una nuova visione dell’economia e dello sviluppo sostenibili.

Infine, il Gruppo Sapere e Innovazione ha presentato, attraverso una discussione corale coordinata da Massimo Preziuso, Franco D’Antonio, Vincenzo Girfatti e Paolo Madotto, il proprio manifesto incentrato sui concetti di “Merito, Opportunità, Talento e Competizione” e la loro diffusione attraverso attraverso studi e convegni.

Dopo una pausa pranzo, alle 15 Massimo Preziuso, Michele Mezza, Salvatore Viglia, Alberto Zigoni, Pierluigi Sorti ed altri amici hanno trattato il fondamentale tema dei Media e dell’importanza di “Innovare gli Innovatori Europei” (parole di Viglia), per evitare il rischio di rimanere vittime di slogan sull’innovazione, senza realmente praticarla.

Si è così discusso della necessità di spingere sui temi dell’innovazione, collocandosi su una frontiera evoluta del dibattito, cominciando a proporre progetti concreti nei territori in cui ne esiste la possibilità di realizzazione.

In tal senso si è guardato al dibattito internazionale sui temi dell’innovazione nel Web 2.0 e 3.0, come sempre guidato dagli Stati Uniti, e di come il nostro Paese si sia chiaramente schierato “contro” la apertura democratica insita nella Rete Internet, e si è concluso con la definizione di un incontro a breve in cui delineare il Gruppo di Redazione e Comunicazione, dal quale rilanciare il Giornale – Rivista Innovatori Europei.

Si è parlato poi delle esperienze territoriali di IE, con la testimonianza del lavoro di contestualizzazione del progetto in Calabria, coordinato da Francesco Augurusa.

Infine, alle 17 circa, Massimo Preziuso, ringraziando i presenti, ha concluso i lavori, definendo i prossimi passi di avviamento operativo del Centro Studi, con la delineazione della Struttura Organizzativa e l’apertura di Sedi territoriali in cui permettere ai Soci di incontrarsi e promuovere la mission di “Innovazione nella società, nell’economia e nella politica italiana ed europea”.

Hanno partecipato all’Assemblea:

1) Massimo Preziuso;
2) Mario Sforza;
3) Giuliana Cacciapuoti;
4) Salvatore Viglia;
5) Ainhoa Agullo
6) Vincenzo Girfatti;
7) Francesco Augurusa
8) Pierluigi Sorti;
9) Alberto Zigoni;
10) Mario Coviello
11) Carmen Ruggeri
12) Alessia Centioni
13) Maria Rosa Colacchio
14) Mariana Telesa

15) Rossana Francavilla

16) Domenico Barbieri

17) Imane Barmaki

18) Paolo Madotto

19) Valentina Pinello

20) Michele Mezza

21) Giancarlo Giordano

22) Tommaso Visone

ed altri nuovi amici

Ulteriori adesioni alla Associazione – Centro Studi IE:

Riccardo Sani – Trento; Stefano Casati – Milano; Daniele Mocchi – Massa Carrara; Ivano Russo – Napoli; Davide Tiberti – Londra; Luigi Restaino – Avellino; Canio Smaldone – Potenza; Antoine Santoine – Belgio; Remo Pulcini – Messina; Mario Romanelli – Arezzo; On.Gianni Pittella – Brussels; On.Luigi Nicolais – Napoli; Massimo Micucci – Roma; On.Salvatore Margiotta – Roma; On.Alessia Mosca – Milano; On.Marianna Madia – Roma; Prof. Maurizio Decima – Milano; Roberto Race – Napoli; Ernestina Pellegrini – Livorno; David Ragazzoni – NY; Arnaldo De Porti – Belluno; Mauro Stefanelli – Roma; Gustavo Ghidini – Milano; Rosanna Oliva – Roma; Luca Lauro – Roma; Enrico Pistelli – Padova; Deo Fogliazza – Cremona; Michele Cipolli – Pisa; Carlalberto Sartor – Vicenza; Luca Neri – USA; Laura Tussi – Milano; Rocco Pellegrini – Roma; Peter J Bury – Bologna; Francesco Giustino – Roma; Silvia Simone – Roma; Daniele Preziuso – Potenza; Enzo Tripaldi – Potenza; Nancy Namia – Cosenza; Andrea Candelli – Amsterdam; Filippo Orlando – Brussels; Riccardo Viaggi – Brussels; Davide Prandi – Brussels; Luigi Della Bora – Brescia; Carmine Piacente – Milano; Francesco Zarrelli – Piacenza; Fabrizio Macrì – Zurigo; Luca Barbieri Viale – Milano; Salvo Lo Cascio – Palermo; Alessandro Massacesi – Marocco; Stefano Masullo – Milano; Gianluca Ustori – Arezzo; Nicola Pace – Miami; Aldo Perotti – Roma; Osvaldo Cammarota – Napoli; Carlo Cantore – Pisa; Angelo Polimeno – Amsterdam; Marco Bennici – Firenze; Flavia Marzano – Roma; Renato Botti; Carlo Drago – Napoli; Davide Gionco – Padova; Mario Di Gioia – Genova

Roma, 13 Ottobre 2008


Il Presidente – Massimo Preziuso

 

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